"Parler, parler pour ne rien dire, parler pour faire peur au silence. Parler pour tout dire. Mais on demande toujours trop aux mots. Plus qu'ils ne peuvent dire".
(Pubblico? Non pubblico? Ho scritto, dunque pubblico)
Ultimamente mi sembra che portare avanti tutte le questioni in sospeso sia pesante come spostare macigni. Mi posiziono davanti a questo schermo, pensando all’elenco delle cose da fare e alle scadenze correlate, e... temporeggio. Qualche giornata più che produttiva riesce ad andare a segno e a far rispettare le date per l’articolo o l’attività necessaria, ma nel complesso mi sembra di avanzare troppo poco rispetto alla fatica psicologica che gli affari impongono. Un micro-passo alla volta verso scenari difformi e mutevoli.
Durante il periodo di festa incolpavo la stanchezza, adesso il quadro poco chiaro della mia vita e di quello della società in cui vivo, a cui aggiungo la scarsa motivazione radicata dalla mancanza di riconoscimenti materiali in luogo di fama e gloria che possono svanire da un momento all'altro, anche per un capriccio. Lo scarso attivismo non è necessariamente un problema, è da un po’ di anni che cerco di rispettare la filosofia dei tempi personali,prendendo i minuti e le ore di cui mi sembra di avere bisogno senza fustigarmi eccessivamente. Tanto alla fine, il mio senso del dovere ha la meglio su tutto. La risposta rispetto al cosa farò effettivamente nella vita arriverà, basta solo avere pazienza e non avvilirsi troppo.
(Dalì, Disintegration of the Persistence of Memory, 1952-54, info)
Se chiedo un'opinione ad un amico con la A maiuscola, mi aspetto proprio che almeno lui mi dica ciò che non mi piacerà e che i conoscenti non mi direbbero. Sicuramente anche un semplice conoscente può gratuitamente rubarti energia sbattendoti in faccia criticità in maniera gratuita, ma, per quanto possa far male a seconda dello stato d’animo del momento e della persona, mi sembra valido ritenere che le critiche di un amico, che ti conosce meglio di altri, impongano più riflessione delle critiche di un conoscente, che non ha idea della persona che ha davanti. Bisogna anche considerare che spesso gli amici che ti conoscono da una vita inglobano nuovi particolari nella struttura che hanno formato sulla tua persona irrigidendosi con il tempo sull’idea che hanno di te senza vederne le variazioni (ovvero, sei sempre la solita).
Comunque sia, per non essere preda di dissonanza cognitiva, filtro il commento a seconda dell'amico e delle sue inclinazioni in maniera soggettiva e a volte anche inconscia. Non filtro la critica in sé, che comunque accetto ed elaboro rispetto alla mia idea di me, ma filtro la validità del suo commento nella mia vita rispetto alla sua, a chi è, a ciò che ama fare, a come si comporta nella quotidianità e con le persone, alla expertise che le esperienze di vita gli hanno fornito e così via.
("Second Opinion", Ed Smith)
Si dovrebbe studiare una scala di valutazione o un coefficiente correttivo per ponderare l'utilità delle opinioni a seconda della persona che le fornisce. Esiste già una scala dell’auto-affidabilità attribuita rispetto alla conoscenza di un argomento (che poi è comunque soggettiva), ma come lo si può definire rispetto alle inclinazioni degli altri e alle opinioni relative ad un’altra persona?
A pensarci, esiste anche la possibilità di sviluppare una correlazione tra l’opinione data e il background di riferimento del soggetto, indicato dalle classiche caratteristiche socio-demografiche, ed è forse ciò che faccio inconsciamente nella vita di tutti i giorni come sopra descritto. Può funzionare o meno, l’importante è non filtrare per conscia sordità ma accogliere l’opinione per migliorare, se si pensa che esista la necessità di farlo.
Finalmente un po’ di sole dopo diverse giornate di grigio. Supergirl si ricarica, cercando di ottenere energia da questi timidi raggi girando attorno alla palla ardente. Oggi scriverò banalità, forse perché è un sabato qualunque, un sabato italiano, e questa energia mi fa riflettere un po’, con il rischio di palpare di nuovo tanto grigiore. Cosa vuol dire di questi tempi essere Italiani? Me lo chiedo ogni tanto e mi sento un po’ mogia, soprattutto perché si dovrebbe adottare un punto di vista diverso rispetto al proprio. Per molte nazionalità gli italiani sono infatti mafia, pizza e mandolino. Abbiamo mai provato a dare un’immagine diversa? Abbiamo un capo di governo che ha parecchi problemi di monopolio dei mezzi di comunicazione e processi a suo carico, per i quali si è salvato con varie leggi ad personam. Abbiamo giornalisti che agiscono come watch dog del potere, invece che del popolo, e che omettono le notizie prima ancora di essere censurati o licenziati o citati in giudizio. Abbiamo la satira che difficilmente sopravvive perché c’è un problema informativo di fondo per il quale si ritrova ad essere l’unica fonte di notizie attendibili, mentre i programmi di approfondimento sono guidati dal conduttore servitore di turno. Abbiamo da sempre la mafia, che fa affari con i politici, e abbiamo degli ottuagenari alla guida del Paese che, invece di dare il buon esempio e rinchiudersi per dare spazio ai giovani in una qualsiasi delle ville che hanno comprato sulle nostre spalle, si attaccano al posto che hanno faticosamente conquistato a suon di favori e relazioni, sfruttando noi eterni bambini che non riusciamo a trovare la nostra destinazione nel mondo. È un Paese vecchio, come dicevo appesantita ieri sera durante la pussy power night, così vecchio che a 40 anni la tua carriera deve ancora cominciare e chissà quando potrai rilassarti un po’.Vecchio, vecchiume ovunque, nei campi strategici della vita, l’università, la politica, l’amministrazione, con un’orda di precari che tira a campare senza speranze nel futuro. Vecchio e sconsolante, a picco.
Adottando, invece, il mio punto di vista, mi viene da dire che noi italiani siamo il popolo dei potenti e dei favori. Il potente è colui che si trova in una posizione gerarchicamente superiore alla tua e può essere di diversi livelli e dettata da valori economici, di prestigio e/o da conoscenza, spesso supportati da un’autorità riconosciuta. Al potente non puoi ribellarti, al potente non puoi rispondere male, al potente devi permettere qualsiasi azione onde evitare sgradite ripercussioni. C’è un timore reverenziale degli italiani nei confronti dei potenti, c’è sempre stato, a partire dal sindaco del piccolo Comune o dal medico dell’ospedale che ti visita fino ad arrivare ai livelli più alti della scala. Il sindaco ti ha tamponato perché ha parcheggiato mentre stava prendendo un caffé al bar dopo aver messo la macchina dietro alla tua senza che ci fosse posto per il parcheggio e senza il freno a mano? Non arrabbiarti, stai tranquillo, se dovessi aver bisogno di qualcosa al Comune potresti avere problemi. Il docente ti ordina di portare avanti a suo nome un’attività per la quale non sarai pagata né avrai dei meriti riconosciuti o ti impone la collaborazione di un suo inetto protetto per la spartizione dei miseri fondi che ti hanno assegnato per quella ricerca? Non rifiutarti, fallo, potrebbe chiuderti le porte della carriera all’interno dell’ambiente grazie alle conoscenze di cui dispone o chiuderle ai tuoi protetti. Un avvocato manda un avviso alla tua assicurazione per un tamponamento che non hai mai commesso e per il quale dovresti andare in causa per far valere le tue ragioni? Ti conviene pagare il danno, altrimenti sarai costretto a spendere di più per le vie legali senza certezza di vittoria, vista l’esperienza del potente in questo genere di cose. Il tuo medico specialistico ti fa una cistoscopia dopo la quale non riesci ad andare al bagno per due giorni dal dolore e ti da una cura da cavalli che ti mette a terra fisicamente per tre mesi senza che il tuo problema cambi di una virgola? Non ribellarti perché non puoi dimostrare, in effetti, che sia stato lui a rovinarti e nemmeno puoi appellarti alla cura sbagliata perché, a volte, la procedura per tentativi è normale e le vie legali potrebbero costarti troppo rispetto all’eventuale risarcimento di cui non sei certo.
Il potere può essere esercitato grazie a diverse possibilità, che corrispondono poi a diversi tipi di potere, tra i quali il potere d’autorità, fornito dalla posizione gerarchica occupata, il potere di fornire ricompense , spesso i cosiddetti favori, il potere di riferimento, che porta il gregario ad identificarsi con in leader, il potere di competenza, che scaturisce dalla capacità di definire e analizzare le mansioni del gruppo, e il potere di coercizione, che fonda il comportamento dei subordinati sulla paura. Ecco, noi Italiani ragioniamo per coercizione, anche auto-imposta, per autorità e per ricompense, nella maggior parte dei casi, ma c’è anche l’identificazione con il leader carismatico, soprattutto per i militanti politici di destra. Dov’è il potere di competenza? Dov’è la possibilità di rispettare qualcuno per la capacità di implementare, analizzare, valutare e controllare le mansioni assegnate al gruppo? Dov’è il rispetto per conoscenze e competenze?
Sto cominciando a ragionare sulle motivazioni che sono alla base del mio rispetto (forzato o voluto) per la gente e mi accorgo che sono pochi i casi in cui rispetto il potere di qualcuno per competenza, nella vita di tutti i giorni come nell’ambiente universitario in cui continuo a bazzicare. La ricerca scientifica muore spesso senza finanziamenti ma anche senza competenze, sfornando prodotti di dubbia qualità in cui il lavoro è stato portato avanti da un’orda di giovani disperati che non compaiono nella ricerca e che non ne condividono la remunerazione (o almeno non in maniera equa). L’insegnamento diventa un affare da portare avanti semplicemente per avere lo stipendio o per tappare i buchi non pagato al potente che ti protegge in attesa di essere, chissà quando, autonoma.
Qualche isola felice di conoscenza, competenza e condivisione c’è ancora, e di una ne faccio parte, ma lotta e scalcia contro un sistema chiuso formato da regole imposte dai potenti. Il merito, in Italia, svanisce lentamente, è sempre più etereo. Svanisce nel lavoro, che si trova per conoscenza, e svanisce nell’istruzione, dove per andare avanti si applica la regola del do ut des, io aiuto il tuo protetto e tu aiuti me o il mio protetto ad avanzare. Esistono solo alleanze e favori.
L’Italia è un paese diviso, nei campi del sapere e nelle fazioni che rapidamente mutano a seconda della caduta in disgrazia di questo o di quell’altro perché non c’è stata la comprensione o la volontà di rispettare i meccanismi del sistema (o delle persone a cui non pestare i piedi). La condivisione interdisciplinare non esiste, se non in nicchie eversive che sottobanco si scambiano saperi sperando di non essere depredate dal furbone di turno che ruba le idee e le risorse. È un paese triste e solitario in cui il pensiero non evolve in collettivi intelligenti, resta chiuso in nicchie asfittiche che muoiono presto se non trovano una via di uscita, cioè altri Paesi.
A volte mi capita di innervosirmi a causa di qualcuno (o anche a causa mia). E mi innervosisco così tanto che alla fine mi stanco e mi sento svuotata. A volte il nervosismo passa con una chiave di lettura diversa, altre volte passa per stanchezza. Lo so, non dovrei innervosirmi. Sto imparando, pian piano. La vita con alter sa essere strana, bisogna solo trovare un punto di equilibrio, come sempre nelle cose, e dedicare impegno e volontà al cambiamento per migliorare. Anche se il punto di vista sul “miglioramento” può essere fazioso, adottando quello della controparte o irrigidendosi sul proprio.
(Pollock, Convergence)
Questa società dovrebbe essere giunta alla consapevolezza che la verità non esiste e che la migliore soluzione possibile non è data dalla testa di una sola persona o di poche altre, né da una media di opinioni sugli item da valutare. Credo che la migliore soluzione raggiungibile sia quella che cerca di trovare una convergenza tra opinioni di gruppo con persone armoniosamente interagenti.
Prende corpo un pensiero, che comunque girava nella testa da qualche tempo. Credo che l’idea che abbiamo delle persone sia una questione di percezione di come esse sono, che si basa spesso sul cercare conferma soggettiva delle caratteristiche di cui noi vogliamo comporre alter. Sto cercando di imparare ad evitare questa soggettività fuorviante in favore di una considerazione più oggettiva. Il problema non è capire qual è la realtà, ché in tema di soggetti diventa una ricerca impossibile, quanto capire qual è l’interpretazione corretta. Ardua anche questa operazione. Come se ne esce? Spesso ad istinto… chissà che cos’è, in fondo, l’istinto.
Metto in cartelle con la data le foto del 2008, elenco gli articoli da scrivere o modificare e le attività da spuntare, mi riattivo sul lato public relations perché il network è diventato vita e lavoro. Al presente, tanta gloria e nessuna remunerazione. Incerte possibilità per il futuro. Mi chiedo cosa farò. Vacillo. Ho evitato volontariamente il pensiero fino al primo dell’anno e la necessità di scegliere qualcosa si è ripresentata come uno schiaffo già il due. Mi sento un po’ demotivata e socialmente non collocata. Il primo status può essere distruttivo, mentre al secondo sono abituata e mi sembra la normalità. Ho sempre avuto difficoltà a rispondere alla domanda “cosa fai nella vita?”. Cosa faccio per vivere? Al momento niente, dalla discussione della tesi di dottorato sono diventata ufficialmente disoccupata. Non avrò più entrate fino al prossimo eventuale contratto, che comunque non migliorerà il mio conto economico fino alla sua scadenza. I pochi soldi dell’ultima remunerazione devono essere oculatamente utilizzati. Precarietà, come una sindrome, come la normalità, come il futuro. È normalità, ho vissuto quindici anni lavorativi passando di attività in attività. Sono stata impiegata, cameriera, ricercatrice, scrittrice, sportellista, libera professionista, commessa, viaggiatrice, facilitatrice, sognatrice e per un po’ anche operaia, come ricorda il mio indice sinistro. La mia capacità di adattamento ne ha giovato parecchio, ma la definizione del mio ruolo affatto. Non so nemmeno cosa so fare. La specializzazione di questi tempi è rischiosa, ma la vaghezza di una ipotetica professione multipla e variabile destabilizza.
Non voglio essere grigia, faccio solo oggettivamente il punto della situazione. Per ripartire e per svecchiare questo posto. L’ego virtuale da blogosfera si sentiva un po’ messo da parte.
Nel frattempo, i tg ci scassano letteralmente le palle (bonjour finesse) con questa storia dei saldi, per stare in linea con la necessità consumistica del regime, onde evitare di intaccare i loro privilegi, e con la voglia che l’innominabile ha di vederci con un sorriso beota stampato sul volto, mentre altrove, ancora nel 2009, si muore incitando all’incomprensione, al razzismo e alla linea dura, in nome di ideali non ben comprensibili e avvertiti come lontani. Studio Aperto si è appena concluso con un negoziante che effettua sconti a chi entra nel suo negozio con un sorriso e con una ricetta di cotto e mangiato per recuperare i pandori avanzati (per la quale sarebbe necessario spendere il triplo in cioccolata, latte, cannella e pesche… pesche a gennaio? Piuttosto lo butto, quel maledetto pandoro ipercalorico…). La befana fa zig zag tra comignoli e fumi di smog, cercando di non perdere l’equilibrio, e il massimo che potrà portare quest’anno sarà un po’ di carbone zuccherato. Del resto, la crisi è uguale per tutti (tranne politici e affiliati, si intende). Anche la legge è uguale per tutti, dovute eccezioni a parte. Questo è il nostro Paese: massime immutabili e profonde che però hanno dei buchi che permettono di alleggerirle. Perché in fondo c’è sempre qualcuno più uguale degli altri
Mentre Rai2 censura il film Brokeback Mountain e Bondi chiede ai TG di smettere di dare cattive notizie per non spaventare i bambini, diventa realtà la riabilitazione di Craxi, che era già nell’aria e che adesso gusteremo anche in una fiction su di lui su recente richiesta del figlio (ma in produzione già da mesi). Mi sembra fondamentale e infatti godremo tra poco del suo ritratto da statista ed esiliato.
In attesa del coprifuoco, a cominciare dai controlli per tasso alcolico che sembrano voler toccare lo 0,2 per il ritiro della patente, spero che qualcuno decida di intercettare le telefonate dell’innominabile, così per un volta potrebbe anche decidersi a mantenere le sue promesse. In fondo, c'è bisogno di etica in questo Paese, l'ha detto anche lui.
C'è qualcosa che non và. Prima era solo avvertibile nell'aria, una sensazione di disagio e insofferenza stile Matrix, adesso è talmente evidente che diventiamo consciamente ciechi e sordi per non incazzarci come bestie. E io devo decidere del mio futuro.